DIO E' UNA PAROLA - Studio critico sulla divinità

Autore : Joe Santangelo
Anno di produzione : 2023
Casa Editrice : Il Filo di Arianna Casa Editrice
Genere letterario : Saggistica - Filosofico
Formato : Cartaceo

Altre Notizie : 2022 INDEX (DIO è una parola - FDA-Edizioni)


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1 – Definizione

Il termine “religione” ha un etimo che si presta a svariate interpretazioni. Intuitivamente diremo che proviene dal sostantivo latino religio-religionis. Secondo l’autorevole definizione di Marco Tullio Cicerone (retrodatabile al primo secolo avanti Cristo), il termine originerebbe dal verbo “relegere” (re + legere), ovvero “ripercorrere” o “rileggere” e alluderebbe a una riconsiderazione molto severa e diligente di ciò che riguarda il Culto degli Dei . Cicerone tratta l’argomento nel suo “De natura deorum”. In sostanza egli spiegava ai colti e agli incolti che l’uomo religioso è semplicemente colui che osserva diligentemente le prescrizioni del culto, dunque un uomo particolarmente attento all’espletamento di certe pratiche e dettami. Il poeta Lucrezio, diversamente, sottolineò che il termine aveva radice diversa. Esso originerebbe dal verbo “ligare” (legare, connettere) e non dal verbo “legere” (selezionare, leggere, vedere). Di conseguenza egli la definì nel significato dei legami che connettono gli uomini a determinate pratiche (religiose). Lucio Servio, poco piu tardi, affinò questa definizione, spiegando che per religione si deve intendere il complesso delle pratiche specifiche che legano l’uomo agli Dei. Definizioni piu moderne riprendono l’antica definizione di Cicerone, dichiarando che l’origine del termine è da ricercarsi nella combinazione dei termini “religere/relegere” intesi come “raccogliere nuovamente” e “rileggere”, dunque osservare scrupolosamente e con grande coscienziosità l’esecuzione di un atto sacro, espletare con precisione l’atto religioso. Per comprendere appieno la definizione di religione non occorre conoscere tutte le possibili declinazioni che il termine assume e ha assunto nel corso dei secoli: ciascun autore ha preferito la propria, anche e soprattutto influenzato dal complesso delle proprie idee ovvero dal momento culturale in cui è vissuto. Qui non si vuole provare la fondatezza di una di queste per preferirla alle altre quanto piuttosto convergere sul significato fortemente “pragmatico” di ciò cui il termine allude. La religione, in ogni sua definizione, rimanda all’atto pratico dell’adempimento di un compito. Attraverso la pratica di una religione l’uomo è legato a un culto, oppure è la comunità stessa a essere legata, attraverso la condivisione e la pratica di un culto. I dettami, le procedure, la liturgia: sono questi gli elementi fondanti di una religione. L’uomo religioso, in conclusione, è colui che “pratica” qualcosa in cambio di un legame. Abbiamo già visto quanto apprezzabile e necessario fosse questo legame, quanto gli si debba attribuire in termini di evoluzione e sopravvivenza nei primi millenni della nuova vita dell’uomo, ma non possiamo trascurare un elemento di latente disturbo. È come se ci fosse un rumore di fondo che contamina il silenzio, la pace. Non c’è dio, non si parla di dio, non si vede alcun dio. Religione è pratica, nient’altro. Non v’è alcuna critica, implicita o esplicita, alla figura o al concetto di dio, in questo appunto, ma soltanto la comprensione della corretta estensione semantica di questo termine e del concetto che questo termine esprime. Religione è pratica pura, non dio. Essa tratta della relazione con dio e lo fa secondo credenze e dettami che le sono propri, ma religione non significa dio, non lo implica, non lo determina. È un complesso di mezzi e metodi destinati all’uomo, strumentalmente connessi con la figura di dio, che pure ha la prerogativa di definire e descrivere. Semplifichiamo e ricollochiamo il termine nel presente, presentando una “definizione culturale” di questo sostantivo sufficientemente accettabile. La religione è quell’insieme di credenze, esperienze, riti e celebrazioni che coinvolgono l’essere umano (e la sua comunità) nella pratica e nell’esperienza di ciò che una cultura, in ogni momento storico, considera “sacro”. La religione è quell’insieme di contenuti, riti, rappresentazioni che, nel loro complesso, entrano a far parte di un determinato culto religioso. La religione è la combinazione di pratica ed esperienza in special modo collegate a una divinità (o a piu divinità). La religione è pratica sperimentale. Lo stesso Yavul Noha Harari, già citato, riesce a consegnare una definizione di religione analizzando i crismi che le sono propri, nelle diverse declinazioni. Questo autore eccepisce la centralità dell’atto della pratica al quale aggiunge quello dell’ineluttabilità, dell’indiscutibilita del dettame religioso e, infine, la credenza (la convinzione del fedele), per assimilare al concetto di religione tanti altri movimenti politici o addirittura economici. Egli conclude che possono essere considerate a buon diritto “religioni” il Capitalismo, il Fascismo, il Comunismo, il Nazismo e altro genere di totalitarismi. Perchè la religione, attenzione, è per definizione un Culto Totalitario, benchè sia ancora slegata da dio. Essa in qualche modo esprime un legame con dio, ma gli è aliena, come alieni le sono i totalitarismi politici. Secondo l’Enciclopedia Treccani, per Totalitarismo dobbiamo intendere “Un Sistema politico autoritario, in cui tutti i poteri sono concentrati in un partito unico, nel suo capo o in un ristretto gruppo dirigente, che tende a dominare l’intera società grazie al controllo dell’economia, della politica, della cultura, e alla repressione poliziesca”. Nella sua analisi cristallina, Harari ci spiega che, con riferimento ai moderni monoteismi, dio è il capo del partito, i suoi officianti, autoreferenziali e auto-investitisi del compito di esserlo, costituiscono il ventaglio ristretto dei dirigenti che amministrano il Culto; l’esigenza di comando assoluto sulla società, controllata sotto ogni aspetto e disciplinata attraverso dettami mandatori che penetrano la socialità fino a determinare un influsso sui comportamenti familiari, rispecchia la volontà del Culto di pervadere trasversalmente ogni attività, idea, pensiero ed emozione del fedele. Il sistema funziona, e può funzionare, fino a quando esiste quella convinzione quasi fideistica che contamina talmente le menti dei cittadini da renderli capaci di accettare supinamente la ragion di stato, come essa viene inoculata dal Partito e dal Tiranno. Questa convinzione nell’infallibilità del Tiranno, che (quasi sempre) è avallata da una voce superiore (dio), è propriamente “fede”. Ogni e qualsiasi dubbio che dovesse emergere in capo a una scelta, a un’azione, a una misura istituzionale, è spiegata alla luce di una dottrina (politica) molto ben concepita e articolata, che sfocia nel misticismo e nell’esoterismo, ove necessario. Ogni e qualsiasi individuo che dovesse proporre una linea di pensiero e di condotta diverse da quelle prescritte, per sè e per gli altri suoi concittadini, sarebbe ricondotto alla ragione dalla dottrina stessa o con la violenza.[1] Le mire espansionistiche del Partito coincidono con precisione matematica alla tendenza del Culto di convertire gli infedeli, prerogativa propria di quasi tutti i monoteismi moderni. La promessa di una felicità terrena, benchè in qualche modo collegata a una condizione di beatitudine futura, è il perno centrale della dottrina di partito e sposa perfettamente la promessa di vita ultraterrena offerta dalla religione. Con questo non vogliamo concludere che il Totalitarismo sia religione, nè che la religione sia necessariamente una forma speciale di Totalitarismo. Vogliamo piuttosto guidare l’attenzione sulle pericolose analogie tra queste due classi di fenomeno umano collettivo, perchè si convenga serenamente sulla consonanza tra atto e fatto: religione è la giusta combinazione tra dottrina e comportamento, tra teoria (sviluppata dall’uomo su qualcosa che all’uomo non compete, nè può competere per definizione) e pratica (opportunamente disciplinata dai pochi, per i molti).

 

[1] L’ortodossia, in definitiva, si serve della violenza e della repressione per riconciliare alla norma, ovvero per ricondurre il ribelle alla ragione.

Il Volume si presenta nella forma del Saggio di divulgazione ed è basato sull’approfondimento e l’interpolazione di molteplici testi sull’argomento di sapore sociologico, storico, antropologico e teologico. L’Autore non prende parte attiva alla discussione, ma, di ciascun argomento, si limita a esporre le posizioni di una parte e di quella contraria, commentando – ove necessario – e arricchendo l’approfondimento con notazioni di carattere logico e antropologico. La cifra narrativa utilizzata ricorda quella del testo accademico/formativo, con dichiarate finalità di divulgazione di elementi normalmente taciuti al lettore medio, perché specialistici.

Il tema centrale, evidentemente, è Dio, la divinità considerata ed esplorata da molteplici punti di vista: storico, logico, sociologico, geografico. Dopo aver rappresentato la nascita dei primi culti naturalistici e animistici, nella parte introduttiva, arricchendo l’analisi con argomentazioni di tipo archeo-antropologico molto robuste e ampiamente accettate dalla dottrina e della scienza, si passa allo studio specifico delle più importanti religioni politeistiche e monoteistiche, delle quali viene fornito uno studio specifico (e comparato) di crismi, liturgie, principi dottrinari di base, testi sacri. Segue l’analisi dell’identità di Dio, eseguita sulla base dei predicati proposti dalle tre religioni monoteistiche primarie: Ebraismo, Cristianesimo e Islam.

L’analisi, l’approfondimento e l’esplorazione delle prerogative della singola dottrina e degli attributi della divinità, sono svolti con linguaggio semplice, ma soprattutto sono presentati con spirito laico e imparziale dall’Autore, in modo tale da evitare ogni tipo di influenza e contaminazione. Lo sforzo dell’Autore è teso primariamente a presentare il tema e poi a privarlo dei preconcetti e delle edulcorazioni terminologiche proprie delle tradizioni religiose. L’obiettivo è quello di provocare la suscettibilità intellettuale del lettore e orientarlo a un atteggiamento più critico nei confronti della religione stessa e del tema del divino, senza peraltro esprimere giudizi di valore sulla fondatezza dei teoremi e dei dettami religiosi.

Dopo aver definito, classificato e presentato i crismi delle religioni, nonché gli attributi divini, come definiti dalle rispettive dottrine, si passa alla disamina delle prove dell’esistenza di Dio (operate da teologi, filosofi e pensatori) che si contrappongono agli sforzi di laici, intellettuali e scienziati che hanno proposto, nel tempo, altrettante prove dell’inesistenza di Dio.

Si giunge al tema dell’Arbitrio, definito nella sua genesi storica come la facoltà di scegliere un metro di giudizio soggettivo, una posizione etica personale e di comportarsi conseguentemente a questa scelta. Vengono presentate le posizioni diverse e contrastanti delle molteplici dottrine monoteistiche sul tema e le relative obiezioni proposte da prospettive sociologiche e antropologiche.

La parte successiva ospita alcune considerazioni personali dell’Autore, fondate soprattutto su basi laiche e ispirate a prospettive psicodinamiche, psicologiche, sociologiche e antropologiche connesse al tema della religiosità e del divino.

Lo studio si completa con una proposta dell’Autore che suggerisce al lettore uno studio sincero della propria religiosità, prudentemente preceduto da un’analisi critica e anche cinica del grado di contaminazione che la pratica superficiale della generica dottrina e la disattenzione hanno sedimentato, lasciando che convinzioni pregiudiziali avessero la meglio sul buon senso e sul ragionamento. Questo studio può condurre a un’emancipazione dalla prospettiva religiosa, ovvero può essere finalizzato a una rinascita sincera del sentimento religioso, in base alle attitudini e all’essenza di chi ha deciso di approfondire questo tema. Anche nelle conclusioni, come in ogni altra parte del Volume, l’Autore si sforza di trattenere il giudizio e offre al lettore l’arbitrio di scegliere e di decidere se essere credente, ateo o agnostico.

L’elemento che distingue il Volume da altre pubblicazioni analoghe consiste nello sforzo di raccogliere, presentare e commentare tutti gli elementi primari che attengono alla dimensione del divino e comprimerli in un unico volume: l’uomo, con i suoi bisogni e le sue necessità, i culti e le religioni, le divinità, gli attributi del divino, le prove in favore dell’esistenza e dell’inesistenza di Dio, il Libero Arbitrio e il Servo Arbitrio, i crimini commessi in nome di Dio, i caratteri di intolleranza ed esclusività, l’atteggiamento laico e critico di analisi, l’emancipazione dall’ipnosi religiosa.